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Storia del Partito Socialista Italiano Stampa E-mail

Il Risorgimento
  

In Italia, durante il Risorgimento, alcuni spunti di socialismo teorico si possono rintracciare nel giacobinismo filosofico di G. Ferrari, o in quello più realistico di C. Pisacane, volto a risolvere il problema agrario e militare del nascente Stato italiano. Più tardi, a unificazione avvenuta, il movimento socialismo si sviluppò sul terreno delle società operaie di mutuo soccorso, fondate o patrocinate da esponenti della borghesia illuminata e filantropica e, almeno in parte, subito politicizzate dalla diffusione del mazzinianesimo. Allora gli appelli del grande patriota genovese avevano additato il programma di una “democrazia sociale” nella quale l'educazione etico-politica dei cittadini si sarebbe raggiunta con il lavoro, la cooperazione, l'istruzione elementare e l'esercizio dei diritti politici estesi a tutti. Da simili premesse risulta chiaro perché il movimento operaio italiano mantenne a lungo i connotati di un movimento fondamentalmente aclassista, e di conseguenza perché il rivoluzionarismo anarchico di M. Bakunin durò fatica a penetrarvi senza ottenere mai risultati apprezzabili, e trovando soltanto una eco disordinata in alcuni settori del mondo contadino. Negli anni Settanta e Ottanta avvennero i primi passi verso una visione di lotta operaia dichiaratamente classista e antiborghese, soprattutto in Lombardia, dove cominciò a circolare il settimanale La plebe di Lodi e dove nacque il P.O.I. (Partito Operaio Italiano). Il marxismo, tuttavia, rimaneva poco e male conosciuto. A diffonderne la conoscenza nelle aule universitarie cominciò poco più tardi Antonio Labriola; mentre la rivista Critica sociale, sorta nel 1891 e diretta da Turati, iniziava a penetrare tra gli intellettuali più aperti e nelle frange più evolute e istruite del movimento operaio, sostenendo una concezione umanitaria, gradualistica ed evoluzionistica del socialismo marxista, legata sia al positivismo di quel periodo sia all'eredità risorgimentale e mazziniana delle origini. Queste caratteristiche si mantennero a lungo nel partito socialista fondato a Genova nel 1892, col nome di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (P.S.L.I.), poi mutato, al Congresso di Reggio nell'Emilia del 1893, in quello di Partito Socialista Italiano (P.S.I.). Al suo interno ben presto vennero manifestandosi due tendenze contrapposte, variamente denominate, che però, nella sostanza, hanno rappresentato sempre da una parte la corrente riformistica e dall'altra quella massimalistica. La prima, accettando i metodi di lotta legale, esperibili anche nelle istituzioni politiche e costituzionali di uno Stato borghese ormai avviato verso forme rappresentative liberal-democratiche, insisteva nella conquista di riforme politiche, economiche e sociali sempre più avanzate, a favore del proletariato, convinta che attraverso un lento ma inarrestabile “viaggio nelle istituzioni” si sarebbe arrivati, senza salti traumatici, a realizzare una completa trasformazione delle strutture capitalistico-borghesi in una società socialistica. La tendenza massimalistica, invece, più sensibile ai fermenti volontaristici e magari irrazionalistici, considerava illusoria qualsiasi fiducia nella borghesia e giudicava ogni contatto con i gruppi dominanti un tradimento della classe operaia; da qui l'impegno all'uso anche violento della forza da parte del proletariato per impadronirsi del potere.


Lotta di classe nei primi del Novecento 

Nell'epoca giolittiana, la politica di riforme intrapresa dal governo parve in un primo tempo dare ragione alle analisi e alle strategie dei riformisti, e la vivace dialettica interna al partito vide il prevalere della corrente riformista, culminato con l'espulsione del gruppo dei sindacalisti rivoluzionari troppo vicini alle concezioni soreliane (Congresso di Firenze, 1908). Più tardi, però, l'indirizzo colonialista impresso da Giolitti al Paese con l'impresa di Libia e i cedimenti ideologici di alcuni esponenti della destra riformista (I. Bonomi, L. Bissolati), anch'essi espulsi dal partito al Congresso di Reggio nell'Emilia (1912), indebolirono la corrente riformista turatiana a vantaggio dei massimalisti che si impadronirono del partito e del suo organo ufficiale; Mussolini assunse la direzione dell'Avanti! (1912) sino allo scoppio della I guerra mondiale. Il conflitto, che fu causa di gravissima crisi nel movimento socialismo internazionale, non mancò di avere notevoli conseguenze anche sul socialismo italiano. La linea ufficiale del P.S.I. nei confronti della guerra, infatti, fu coerentemente pacifista, rispettando i principi fondamentali dell'internazionalismo proletario; e Mussolini, per il suo improvviso atteggiamento interventista, venne cacciato dal partito. Ma anche la formula di C. Lazzari* “né aderire né sabotare”, che abilmente mediava tra le posizioni interventiste e pacifiste, conobbe interpretazioni difformi talché, mentre i riformisti ponevano soprattutto l'accento sul “non sabotare” la guerra per motivi ideologici e di carattere nazionale e democratico (v. irredentismo), la sinistra (soprattutto nel movimento giovanile) vedeva la guerra come ulteriore opportunità alla maturazione rivoluzionaria del proletariato, avvicinandosi così alle tesi della sinistra leninista che ai convegni di Zimmerwald e Kienthal aveva sostenuto la necessità di trasformare la guerra da “conflitto imperialista” (fra Stati borghesi in lotta fra loro per il dominio del mondo) in “guerra civile” (fra borghesia e proletariato all'interno di ogni Stato). Più tardi, un altro fatto traumatico per il P.S.I. fu lo scoppio della Rivoluzione d'ottobre. Il precario equilibrio interno (la direzione e il quotidiano controllati dai massimalisti; il gruppo parlamentare e le organizzazioni sindacali prevalentemente riformiste) venne sconvolto dal mito della rivoluzione bolscevica: “fare come in Russia” fu lo slogan che infiammò le speranze di larghe frange del movimento operaio nell'immediato dopoguerra. Ma proprio allora il P.S.I., benché accresciuto come forza parlamentare (156 deputati eletti nel 1919), non seppe affrontare la crisi di potere del vecchio Stato liberale, rinunciando a optare o per una chiara strategia parlamentare governativa o per una drastica soluzione rivoluzionaria. Neppure con il Congresso di Livorno (1921) e la scissione della sinistra (Gramsci, Terracini, Bordiga, ecc.), che costituirà il Partito Comunista d'Italia, si arrivò a un chiarimento tra le cosiddette “due anime” del socialismo italiano, personificate allora dal riformista Turati e dal massimalista G. M. Serrati. Il successivo Congresso di Roma (1922), che sanciva la separazione dei riformisti (con Turati, Treves, Modigliani, Matteotti, ecc., usciti dal P.S.I. per fondare il Partito Socialista Unitario, P.S.U.), indebolì ulteriormente il partito, impedendogli di contrastare la marea montante del fascismo che aveva già devastato gran parte delle organizzazioni socialiste del Paese.


Il periodo fascista 

L'avvento del fascismo, e poi le tragiche elezioni del 1924 (che costarono la vita a G. Matteotti, deputato del P.S.U.) e l'instaurarsi della dittatura con le leggi eccezionali del 1925 e 1926, costrinsero i due tronconi socialisti alla lotta nella clandestinità e al fuoruscitismo. Parigi divenne così il centro della rinascita socialista sancita dal congresso della riunificazione (Grenoble, 1930) e realizzata senza che i dibattiti stimolati dai movimenti di Giustizia e Libertà (fondato da C. Rosselli) e del Liberalsocialismo (creato da A. Capitini e G. Calogero) potessero in qualche modo animarla con la loro sofferta ricerca di un nuovo programma tendente a conciliare i principi egualitari dell'emancipazione operaia con quelli liberal-garantisti della tutela dei diritti dei cittadini contro ogni strapotere dello Stato. La lotta contro il nemico fascista spinse inevitabilmente i socialisti verso sempre più strette intese con il movimento comunista, stabilendo con esso patti di unità d'azione culminati nella comune partecipazione alla lotta armata delle brigate internazionali impegnate in Spagna contro Franco, fedeli in questo alla parola d'ordine di C. Rosselli: «oggi in Spagna domani in Italia». Tale collaborazione si protrasse anche durante la Resistenza, i governi del C.L.N. e dell'intesa tripartita dell'immediato secondo dopoguerra. Ma allora, sotto la direzione di P. Nenni, uscito il partito rinnovato dalla fusione con altri gruppi di ispirazione socialista  (agosto 1943) e mutatosi persino il nome in quello di Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (P.S.I.U.P.), cominciarono a farsi vive anche le esigenze di una netta autonomia ideologica e politica rispetto ai comunisti senza con ciò voler spezzare l'unità della classe operaia, né rinunciare al patto di unità d'azione col P.C.I. Contemporaneamente cresceva il disagio di alcune correnti della destra del partito (“Iniziativa s.” di Zagari, M. Matteotti; “Critica sociale” di U. G. Mondolfo, ecc.), spaventate dall'ipotesi “fusionista” col P.C.I., a loro avviso preparata dalla sinistra (L. Basso, P. Nenni, R. Morandi, ecc.). Si giunse così alla scissione di Palazzo Barberini (1947) durante la quale la destra secessionista, guidata da G. Saragat dava vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (P.S.L.I.) poi diventato Partito Socialista Democratico Italiano (P.S.D.I.), mentre il tronco originario del partito riassumeva il vecchio nome P.S.I.Scienze politiche: il partito socialista in Italia dal 1948 ad oggiFrattanto, il fallimento del Fronte popolare del 1948, le mutate condizioni internazionali durante la “guerra fredda”, le delusioni elettorali e un'ulteriore scissione a destra (il gruppo del Partito Socialista Unitario di G. Romita, poi confluito nel P.S.D.I.), inducevano il P.S.I. a un profondo ripensamento autonomista, avviato dalla segreteria di R. Morandi.


Il dopoguerra 

I congressi di Milano (1953) e di Torino (1955), tenuti rispettivamente all'insegna delle parole d'ordine “alternativa socialista” e “dialogo coi cattolici”; il disorientamento per le drammatiche rivelazioni sullo stalinismo fatte al XX Congresso del P.C.U.S. (1956); l'incontro fra Nenni e Saragat avvenuto a Pralognan nell'agosto e la reazione alla repressione della rivolta di Budapest (ottobre 1956) costituiscono altrettante tappe della recuperata autonomia dai comunisti, che ha condotto al riavvicinamento fra socialisti e socialdemocratici e al progressivo impegno di governo dei socialisti italiani, maturato, a partire dal 1963, nelle esperienze del centro-sinistra contro cui reagì l'ala sinistra del partito fondando l'effimero Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (P.S.I.U.P., 1964). Del resto, altrettanto breve e verticistico fu il tentativo di fusione fra socialisti e socialdemocratici nel Partito Socialista Unificato (P.S.U.), durato dal 1966 al 1969. In effetti, gli indirizzi sempre più moderati nel gruppo ex P.S.D.I. e la sostanziale inerzia dei ministeri con a capo M. Rumor o E. Colombo, non solo produssero malcontento nella base elettorale socialista delusa per la carenza di riforme incisive, ma provocarono anche una nuova rottura, che riproponeva sulla scena italiana la presenza di due partiti socialisti, il P.S.D.I. e il P.S.I. I socialdemocratici riprendevano a muoversi in un'ottica politica di piccolo partito spesso schiacciato dalla D.C., ritagliandosi spazi di sottogoverno, ciò che li esponeva a vari scandali che investivano nel tempo i suoi massimi dirigenti. Il P.S.I. tentava invece la strada di un maggiore impegno sul terreno delle riforme: Statuto dei lavoratori, istituzione delle Regioni, divorzio.


L'età craxiana

L'ascesa alla segreteria del P.S.I. da parte di Bettino Craxi nel 1976 apriva una nuova stagione per il partito, stretto com'era tra i democristiani e i comunisti. Attraverso una profonda trasformazione ideologica e programmatica i socialisti si liberavano di una sorta di subalternità nei confronti del P.C.I., anche se proprio la spinta di quel partito rendeva possibile al socialista Sandro Pertini* di essere eletto nel 1978 alla massima carica dello Stato. Modificato lo stesso storico simbolo con il “garofano rosso”, il P.S.I. craxiano trovava un suo spazio autonomo ponendosi come l'ago della bilancia del quadro politico italiano. Gli incrementi elettorali alle politiche del 1979 (dal 9,4 al 9,8%) e alle regionali del 1980 (12,6%) sembravano dare ragione a Craxi e l'ulteriore aumento registrato nelle politiche del 1983 (+1,6%) consentiva al leader s. di assumere la guida di una coalizione di governo con i liberali, repubblicani, socialdemocratici e democristiani. Le elezioni del 1987, rese necessarie dalla caduta del II governo Craxi, assegnavano ai socialisti un nuovo successo (14,3%). L'indubbia avanzata non aveva determinato, però, quello sfondamento elettorale a sinistra necessario per conquistare un definitivo ruolo di leadership nello schieramento progressista italiano. Alla guida delle coalizioni di pentapartito tornava la D.C., mentre il P.S.I. di Craxi finiva per rimanere subalterno al partito di maggioranza relativa. La fase aperta dal crollo del comunismo internazionale modificava lo scenario politico italiano liberando forze che chiedevano con insistenza il cambiamento, ma i socialisti, ormai completamente coinvolti in un sistema di potere che di lì a poco si sarebbe svelato in tutti i suoi aspetti negativi, non avvertivano la portata di tali novità. In occasione di un primo referendum sulla legge elettorale (1991) l'indicazione socialista agli elettori di astenersi veniva largamente disattesa. La conferma di una disaffezione elettorale veniva nelle politiche del 1992 in concomitanza con l'apertura di inchieste della magistratura milanese su alcuni fenomeni di corruzione. Lo sviluppo delle indagini faceva emergere in particolare il coinvolgimento di uomini di vertici del partito. Travolto dagli scandali, Craxi era costretto alle dimissioni (1993) e alla guida del P.S.I. veniva chiamato dapprima G. Benvenuto e poi O. Del Turco. L'ex segretario aggiunto della C.G.I.L. riusciva a imporre un radicale cambiamento, sancito dal XLVII Congresso (1994) che decretava la fine del partito storico e la nascita della nuova formazione dei Socialisti italiani (Si).


La nascita dello SDI e i nostri giorni 

Nel Maggio del 1998 nasce a Fiuggi lo S.D.I. (Socialisti Democratici Italiani) dalla confluenza del S.I. “Socialisti Italiani”, dallo P.S.D.I. (Socialdemocratici) e dai laburisti di Imposinato, oltreché da alcuni circoli ed associazioni culturali. Obiettivo del nuovo soggetto politico è quello della riunificazione delle anime del Socialismo Italiano che si era disperso dopo la parentesi di tangentopoli e la messa in liquidazione volontaria del P.S.I. avvenuta con il Congresso Nazionale di Roma del Novembre 1994. Più che di soggetto politico nuovo è meglio parlare di una rinata e decisa volontà politica per non disperdere un patrimonio ideale che con le sue battaglie di oltre un secolo ha accompagnato la trasformazione del Paese, portando le masse lavoratrici ad essere classe dirigente e di Governo. Nel 2000, alcuni esponenti socialisti (Bobo Craxi, De Michelis, Martelli) danno vita al Nuovo Psi. Pur affermando di riferirsi all'ideologia socialista, di cui riconoscono l'origine di dottrina di sinistra, il nuovo soggetto politico si colloca tra le forze del centro destra, più per motivi personali e per le vicende successive a Tangentopoli che per altro. Alle elezioni politiche del 2001, ottiene bassi consensi, sì da non rientrare tra i partiti politici che hanno diritto al finanziamento pubblico. Attualmente, la diaspora socialista, non ancora risolta, è al centro del dibattito nella scena politica italiana, in molti circoli intellettuali, nel cuore e nella mente dei socialisti nostalgici; un pensiero fisso ancorato altresì nella mente dei giovani socialisti, orgogliosi delle lotte sociali e politiche dei loro Padri. Se oggi l’Italia è tra le sette potenze più industrializzate al mondo lo si deve in buona parte al pensiero ed all’azione dei Socialisti. Diritti Civili, Libertà collettiva ed individuali, Diritto alla salute ed all’istruzione, sviluppo sociale erano e restano i pilastri del pensiero Socialista, che con Turati, Matteotti, Nenni, Saragat, Pertini e Craxi ne hanno accompagnato l’azione in tutto il 'Novecento. Se la storia si incaricherà un giorno di definire meglio fatti ed avvenimenti degli anni ’90 resta comunque il bisogno assoluto anche agli albori del 3° Millennio di una forte ed organizzata presenza Socialista, perché l'Italia ha bisogno del Socialismo e del suo riformismo.

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